Realizzato nel gennaio del 2015 durante gli eventi di commemorazione dei 70 anni dalla liberazione, frutto di un workshop con Ivo Saglietti, il lavoro vuole mantenere viva la memoria del passato spingendo il pensiero verso il presente, prendendo sempre più coscienza del fatto che la storia si ripete e che l’Uomo dimentica con leggerezza.

Realized in January of 2015 during the commemoration events of the 70th anniversary of the liberation, result of a workshop with Ivo Saglietti, this project wants to keep alive the memory of the past pushing the thought toward the present, taking more consciousness of the fact that the history repeats and Man forgets too easily.

Michele Polisena

 

 

“Ad Auschwitz c’era la neve…”
Questa frase tratta da una celebre canzone di Francesco Guccini aiuta a introdurre le fotografie che Michele Polisena ha realizzato nell’ex campo di concentramento.
Michele ha visitato il campo proprio con l’intenzione di realizzare un progetto fotografico, per non dimenticare.
La macchina fotografica come mezzo per fissare la memoria, una memoria che non può svanire nel vento.
Supporto analogico e scatti in bianco e nero per uno stile pulito e rigoroso, una semplicità che nasconde una composizione ricercata e attenta unita alla capacità di rendere attraverso pochi potenti scatti il dramma di Auschwitz.

Il lavoro si apre con un dittico: il punto di fuga prospettico che si perde nella neve, definito dal filo spinato delle recinzioni, contrapposto alle ombre di due uomini, quasi come fuliggine depositata. È già tutto qui: la deportazione, la neve, gli stenti, la perdita dell’umanità, lo scomparire dell’uomo fino a diventare polvere, fuliggine che prima sale nel vento e poi si posa come un’ombra.
È necessario entrare negli inferi, precipitare nell’abisso del Male. Una fotografia quasi banale, ma potentissima, quella dell’entrata ai forni. Nera di fuliggine. Nera di dolore.
Bisogna dare un volto a chi è stato privato anche del nome, per diventare un numero, dargli un nome per renderlo ancora Uomo. Sono tantissimi i volti alle pareti: li si intravede solo. Donne uomini e bambini. Ognuno una storia diversa. La fine uguale per tutti.
Il vasellame rotto e ammucchiato, le latrine comuni, l’annullamento: il vuoto che rimane.
Michele Polisena ha voluto enfatizzare il controllo, la recinzione, la reclusione forzata con quel suo insistere sul filo spinato, sulle garitte di guardia, sul confine che si perde nel bianco.

È una fotografia potente, la sua, nella semplicità. I piani prospettici all’infinito sembrano chiederci se ci sarà mai fine a questo… L’insistere sulle forme, il cerchio, le linee orizzontali e quelle verticali (delle divise sospese senza corpi, ad esempio), i pieni e i vuoti dello spazio, le linee di fuga che si allontanano a lasciare intendere una possibilità di reiterazione infinita, in una elegante compostezza sottolineano ed evidenziano la tragedia compiuta.

L’ultima fotografia parla un linguaggio diverso dal resto del racconto. Un treno mosso, un treno in movimento, il tempo che si dilata e arriva fino a noi. A ricordare che il Male è ancora in viaggio, oggi.

Laura Davì, photoeditor

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